3539 METRI DI FATICA: ADAMELLO DALLA VIA TERZULLI

Testo e foto di Francesco Verdino


E’ ormai passato quasi un anno da quando siamo saliti l’ultima volta in Adamello con il Bruto e Franco. Se non sbaglio – la vecchiaia inizia a fare brutti scherzi ;) – correva settembre 2021. Fu un settembre ottimo per l’alpinismo con temperature abbastanza fredde e qualche precipitazione nevosa a quote ragionevoli che finalmente iniziò a coprire il ghiaccio vivo usurato dal caldo della stagione estiva.

Solito messaggio sul gruppo WA dello Skialp Cologno Team: “Ragazzi domenica ho voglia di andare un po’ in quota a ravanare, chi ci sarebbe? Ho bisogno di provare l'attrezzatura nuova”.

Tra compleanni inventati di parenti mai esistiti e addii al celibato di finti sposi, fioccano le scuse più variegate da parte di alcuni membri del gruppo. Per chi non lo sapesse lo Skialp Cologno Team è un gruppo di "mezzi alpinisti" che risiedono vicino a Milano e che amano girare assieme da tanti anni. Ovviamente ne faccio orgogliosamente parte anche io.

Finalmente, dopo aver vagheggiato per qualche giorno si palesano sul gruppo Mastro Franco e il Bruto: “Io ci sono, andiamo dove volete”. Stesso identico messaggio da parte di tutti e due. Bene! Team formato, manca l’itinerario da scegliere. L’unico veto che mette Franco è quello che la gita non sia troppo lunga e con un massimo di 1000 metri di dislivello, meglio se in quota su ghiacciaio. Non male. Franco è il membro più giovane dello Skialp Cologno Team, ha un grande motore ma un unico difetto: si fida ciecamente di noi più grandi.

Io e il Bruto infatti, gli “vendiamo” l ’Adamello come un’uscita plaisir, facile e con mille metri di dislivello. La realtà è ben diversa: questa montagna offre solo itinerari molto lunghi e di ampio respiro. Tutti i versanti di ascesa hanno grandi sviluppi e grandi dislivelli da superare. L’idea mia e del Bruto è quello di andare in cima all’ Adamello dalla “Via Terzulli”, una ferrata rimessa a nuovo qualche anno fa che porta direttamente sul ghiacciaio a pochi minuti di cammino dalla cresta finale.

Unico neo: fatta in giornata sono circa 2100 metri di dislivello positivi e oltre 30 chilometri di sviluppo. Non esattamente come il veto messo da Franco. Poco male!

Carichiamo la macchina con tutto il necessario all’ alba di una silenziosissima domenica di fine settembre. Sono le 5 di mattina e la città di Cologno Monzese, nostra località di partenza in auto, non si è ancora svegliata e non si sogna di farlo. Franco è bello sereno vestito con il K-way dell’Europa League e crede di andare a fare una gitarella. Decidiamo di non partire troppo presto: confidiamo nel nostro buon passo in salita e nelle temperature abbastanza basse: il ghiacciaio da attraversare è messo molto bene e questo ci permette di prendercela con più calma, evitando partenze e sveglie impossibili.

Lasciamo la macchina al Ponte del Guat, alla fine della lunga Val Malga e incominciamo a risalire la Val Miller. In meno di un’ora siamo al Rifugio Gnutti. Tutto procede alla grande. Nonostante le vacanze appena trascorse non risentiamo troppo del poco allenamento. 1000 metri di dislivello sono passati ma la cima ancora non si vede. Mastro Franco inizia a capire che la situazione non è proprio quella che avevamo descritto in chat. Passano 1300 metri di dislivello e siamo all’attacco della ferrata. Franco ci guarda e ci chiede: “Quanto manca ragazzi?”. Per la prima volta gli diciamo la verità: “Mancano ancora almeno 750 metri di dislivello e un po’ di sviluppo”. Da quel momento entra nella modalità solo cuore, si va avanti di grinta. La ferrata procede veloce, recuperiamo alcune cordate che avevano dormito allo Gnutti e partite prima di noi. Non è una ferrata tecnica ma ci vuole comunque un po’ di impegno.

Finalmente sbuchiamo sul ghiacciaio. Ci leghiamo e proseguiamo verso la cima, ancora lontana. Le forze di tutti iniziano a diminuire. Tra la sveglia presto, il viaggio e la quota iniziamo a procedere a rilento, e la cima sembra allontanarsi piano piano. Teniamo duro, soprattutto Franco, che sta facendo una prestazione da Champions League. Attacchiamo la cresta finale – un regno di sfasciumi – e non ci sembra vero. Massi più grossi si alternano a massi più piccoli. Non ci sono passaggi tosti o esposti, ma solo sfasciume instabile.

Passo dopo passo siamo miracolosamente in cima. Godiamo.

I 3539 metri dell’ Adamello dominano le vallate sottostanti e il panorama è incredibile. Si prostrano alla cima tutti i ghiacciai del Mandrone e del Pian di Neve, circondati dalle loro vette, su cui sangue in passato fu versato.

Qui oggi regna il silenzio ma in passato rimbombi lontani percorrevano creste e trincee. È la cima della Patria: emozione c’è sempre. Anche per me che sono stato qui più volte.

Il tintinnio della campana di Vetta interrompe il silenzio. È l’ora di scendere: la strada è molto lunga e le forze in campo rimaste non sono tante.

Il primo tratto di discesa passa veloce.

Giungendo però alla ferrata, vediamo in lontananza un temporale avvicinarsi rapidamente. Bisogna scendere in fretta, non è mai bello essere su una ferrata con tuoni e fulmini. Modalità "garisti", ce la facciamo: temporale evitato magistralmente.

Dalla fine della ferrata inizia un calvario: tutto l’infinito avvicinamento fatto forte all’andata va ripercorso in discesa. Pietraia dopo pietraia sembra non finire mai.

Franco è stanco morto, ma io e il Bruto non stiamo tanto meglio. Camminiamo, corricchiamo e ricamminiamo. Arriviamo allo Gnutti. Mancano da fare ancora tutte le scale del Miller – un sentiero molto particolare che caratterizza questa vallata fatto a scalinata. In discesa è un inferno. Il morale alto inizia a calare.

Dopo 9 ore di scarponi da alpinismo e 30 chilometri i piedi chiedono pietà. Non ci sembra vero quando in lontananza, ancora con un filo di luce, vediamo la macchina. Incredibile.

È finita.

Stanchi morti portiamo a casa un altro piccolo sogno nel cassetto. Piccolo per pochi, grande per altri.


Francesco Verdino


Con la gentile collaborazione di Francesco Scarpellini e Giovanni Verdino.


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